Mattarella e il Finimondo




Caro Presidente Sergio, sono Felice che ti scrive per la seconda volta in tre anni per darti mie notizie e non lasciarti nell’oscuro di quello che capita da queste parti, con la fiducia che questa lettera possa giungerti trovandoti di buon umore, nonostante i molti grattacapi che ci hai. Caro Presidente Sergio, in questi giorni di autunno italico spero anche che con la tua saggezza mi rifornirai di qualche buon consiglio, che per noi Italiani di via Casalofio ci vuole una bella aspirazione di fiducia. Infatti in giro se ne sentono di scotte e di crude e disgraziatamente la mia debole testa stenta di comprendonio e i penzieri come ceci nel brodo ribolliscono.

Infatti, caro Presidente Sergio, oggi ti scrivo per raccontarti lo strano sogno che ho fatto e che magari, per te che ci hai l’intelligenza della Costituzione abbastanza ferrata, potresti aiutarmi a capire dove stiamo andando a parare. Oppure, senza offesa, forse questo mio sogno potrebbe aiutare te a capire quanto i tuoi compaesani cittadini ci abbiamo l’inquietudine degli incubi diurni e notturni.

Certo è, caro Presidente Sergio, che questo sogno non me lo sarei mai sognato di sognarlo. Ma veniamo al sogno, o meglio, all’incubo, che potrei così intitolare:


IL FINIMONDO

incubo di Felice Sghimbescio dal sottoscala di via Casalofio


Dunque… nel sogno mi si rappresenta Lollo, il postino di via Casalofio che, non so come, esce dal buco della vasca da bagno e mi consegna la tessera del reddito di cittadinante in una busta di carta stellata come quella del presepio, poi apre le sue ali di piume di struzzo e vola via dalla finestra. Io allora, anche se un poco sconcertato che non avevo mai visto Lollo con le piume di struzzo, ci ho una gioia incontinente e corro per la strada in pigiama e mi fiondo dal tabaccaio di via Casalofio per comprarmi le pinne per nuotare che ho sempre sognato. Cosimo, il tabaccaio, mi dice che ci ha solo quelle di gomma arabica, gli dico va bene, basta che galleggiano. Manco finisco di parlare e come una bomba Di Maio sfonda la vetrina. Ti giuro, caro Presidente, che non l’ho mai visto così conciato e spirdato: avvolto nel mantello di Supermen e con gli occhi fosforescenti di senape, salta sul bancone e mi fa vedere le manette, urlando che le pinne di gomma arabica non si possono comprare con la tessera di cittadinante. In galera, urla, In galera, sporco parassito! Preso da uno spavento poplettico, scappo per la strada, ma un gruppo di leghisti, sbucato dal canile municipale, mi insegue inferocito. Disperato, mi arrampico su un ficus e da lassù ci grido, Perché? Che ho fatto? E loro, col crocifisso nelle mani mi urlano che la gomma arabica è roba mussulmana illegale peggio dello spinello e merito una lezione, cioè una fracchiata di legnate. Ed ecco che, fra la folla che intanto è scesa per strada, arriva Toninelli su un carro tirato da trenta operai dell’Anas e ordina la chiusura del Tabaccaio perché non ci ha il numero civico. Il ministro Tria, uscito dal fornaio di fronte, tenta una conciliazione ma viene investito da un colpo di spred a grappolo che le forze oscure dei trombettieri del Mago Merlino sganciano dal cielo. Il panettiere per protesta abbassa la saracinesca e bestemmia contro la lievitazione dei mutui e nella confusione, fra nuvole di farina doppiozero, la folla affamata avanza. Il Presidente Conte allora appare su Feisbuk e ci mostra l’immagine di Padre Pio, promettendo che la miseria è sconfitta! D’improvviso il cielo si fa nero, un vento agghiacciato si abbatte sulla città, i cassonetti della munnizza cominciano a ballare per le vie scontrandosi agli incroci e bloccando il traffico, le campane di San Domenico si mettono a scampanare e i gabbiani a migliaia abbandonano i tetti e s’imbarcano sul tram per Borgo Nuovo. Toninelli allora ordina lo sdirottamento del tram verso un campo Rom e convoca una conferenza a stampa nel gabinetto del ministro dell’Ambiente che dice è il più pulito di tutti. Purtroppo le immagini di Tria che cerca di recuperare con una calamita le monetine cadute nel cesso fanno il giro del mondo e la cosa dispiace, tranne a Sgarbi che dice che è molto artistica. Intanto su Palermo si scatena un temporale, le strade pian piano si allagano e il fiume Oreto, in meno di dieci minuti, inonda la città: onde nere corrono per le vie, i vigli urbani di Verona giunti in canotto insieme a Giorgia Meloni arrestano tutti i vagabondi annegati sulle scale delle chiese e sequestrano un milione di bancarelle abusive galleggianti. Pentitevi! Pentitevi, urla Casalino, travestito da cappuccino, dalla torre delle antenne TV su Monte Pellegrino. Pentitevi e vi perdoneremo sul Blog delle Stelle! Pentitevi! Io intanto nuoto come un sorcio, mentre l’acqua nera sommerge le case fino al primo piano, e mi afferro a un telefono a gettoni riemerso dall’inferno delle schiume schifose, ma la cornetta è strappata, e comunque, penzo, dove lo trovo un gettone? Ed ecco che dalle nuvole s’affaccia Salvini a bordo d’un dirigibile dell’esercito Sabaudo e mi mostra cornetta e gettoni soddisfatto, poi col megafono annuncia l’abolizione di ogni tassa, bollo auto e ruspe compreso. All’annuncio, con mio grande sorpresa, anche gli annegati esultano prima di scomparire per sempre fra la melma. Le forze del PD scendono in acqua ma non si mettono d’accordo se usare i salvagenti o i braccioli e vengono trascinati dalla corrente. Toninelli intanto propone di fermare l’alluvione portando via l’acqua. Ma la proposta viene bocciata dai pompieri che non sanno proprio dove mettere l’acqua. Così il Consiglio dei Ministri riunito in via Skaip decide il licenziamento in tronco dei pompieri e la costruzione dell’Arca di Noè su cui potranno imbarcarsi solo gli italiani di sangue puro da almeno cinque generazioni, tranne il Sindaco di Palermo che gli sta sulle scatole. Purtroppo il progetto naufraga dopo cinque minuti perché la Ministra della Difesa e Toninelli si prendono a ombrellate litigando su chi dovrà pilotare l’Arca. Il presidente Conte, disperato, telefona a Noè che ci ha l’esperienza, ma il numero risulta inesistente o irraggiungibile. Comunque il capitano della Diciotti fottendosi del blocco navale ordinato da Salvini, va a salvare gli abitanti di Mondello, che ormai galleggiano nella merda, e i manifestanti del PD che su uno scoglio pregano per il ritorno di un altro Conte, quello di Montecristo. Le televisioni trasmettono la notizia della catastrofe, ma Di Maio Supermen volando sulle acque giura che si tratta solo di faiknius o minchiate messe in giro da Repubblica, dal Sindaco di Palermo, che non sa nuotare, e dalle Oenneggì che con la scusa vorrebbero imbarcare qualche clandestino africano. E annuncia l’abolizione di ogni catastrofe entro il 2079, alla faccia dell’Europa e dell’ONU, grazie al Piano Speciale di Ricollocazione del Malotempo, e l’arresto del capitano della Diciotti. Intanto Toninelli ci ha l’idea di risolvere l’inondamento aspettando la fine della pioggia. La proposta viene accolta con vera soddisfazione dall’intero governo e su Feisbuk Conte ci scrive #lasciamofareallanatura. L’Italia tutta sana gioisce incontinente, in ogni città si formano le squadre ecologistiche che ci hanno l’istinto naturale al saluto romano e il Ministro della Famiglia propone di far scrivere sui Settebello “Nuoce alla Famiglia”. Quattro angeli fradici emergono dalle acque e provano a suonare le trombe della Fine del Mondo. Ma Brunetta li interrompe che anche lui vorrebbe suonare la tromba. Purtroppo, nonostante le raccomandazioni, al Teatro dell’Opera non si trova un costume da angelo per lui. Gli operai dell’Anas vengono intanto mandati a scavare un canale per deviare l’acqua nella Senna, che anche Macron se ne deve prendere un po’, ma dopo un quarto d’ora si rompono le scatole e si danno alla macchia. Nel bordello ormai oceanico, tre mafiosi rapiscono il carro di Santa Rosalia e posteggiati in seconda fila danno l’assalto al Palazzo di Giustizia. Toninelli con uno scatto di umanità pietosa di cuore propone l’evacuazione dei Siciliani onesti attraverso il ponte di Messina. I tecnici del Ministero gli fanno notare che sarebbe più facile chiamare Mosè e fargli aprire le acque dello stretto. Toninelli non si perde d’animo e prega il presidente Conte di chiamare l’ambasciata israeliana e farsi dare il numero di sto Mosè. Ma l’ambasciata è in ferie e Conte telefona ai pompieri che lo mandano affanculo con tutti i sentimenti. I quattro angeli tentano di suonare ancora una volta le Trombe della Fine, ma scambiati per scafisti vengono portati all’Ucciardone e condannati all’ergastolo…

Poi, caro Sergio Presidente mi sono svegliato… che per fortuna gli incubi, come i peggiori film, ci hanno la fine… Certo, mi devi scusare se ti ho inquietato un poco nell’umore, ma ti ho scritto solo la verità dell’incubo che mi ha agghiacciato la notte da capo a piedi. Tu che ne penzi? Se ci hai qualche consiglio sai dove scrivermi.

E sono Felice che ti saluta con un penziero educato. Ciao Sergio.

Felice Sghimbescio

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