Crocetta, il fuoco e Sant'Alfonso de' Liguori




Caro presidente Rosario, so che sei molto inchiffarato a dirigere dal tuo palazzo assessori, ingegneri, primari, pompieri, forestali, geometri, pizzaioli, ferrovieri, piloti e marittimi, aliscafi, elicotteri, spazzini, baroni, baronetti e petrolieri. So che arranchi disperato turando col piede destro acquedotti scassati, spalando discariche stracolme a mani nude, puntellando col piede sinistro strade franate, asfaltando buche, pilotando autobotti volanti, abbanniando a Brussel le bottiglie di sarsa siciliana e, nel tempo libero, facendo e rifacendo i conti che non appattano (che le calcolatrici regionali ci hanno le pile scariche), mentre gli invidiosi ti mettono i bastoni nelle ruote e schiere di assassini danno fuoco a quest’isola. Purnondimeno, forse troverai dieci minuti per ascoltare le mie parole a vanvera che ti dedico con un sospiro profondo e sconcertato.
Io sono Felice che ti scrive dalle montagne, dalla colonia estiva che ha organizzato padre Sebastiano per i bambini di via Casalofio.  Anche se stamattina arrinfrescò, è stata una settimana di torrefazione e pure da qui abbiamo visto i cieli accendersi di rosso, le montagne diventare nere e il fumo affumare i tramonti e le notti.

Ieri sera ci siamo riuniti sotto un grande carrubbo, mentre i bagliori si facevano sempre più intensi dietro la montagna davanti a noi. Da lì sentivamo friggere i tronchi sempre più forte e urlare come bestie squartate. Poi le lingue delle fiamme si sono affacciate sulla cima e danzavano con la furia del vento e la cenere si appiccicava calda sulle nostre facce. I bambini prima urlavano eccitati, spaventati e divertiti davanti a quello spettacolo che sembrava la fine del mondo e poi pian piano si sono zittiti. Le nostre voci non hanno più parlato. In silenzio ascoltavamo la lenta distruzione e la disperazione della terra che fino a quel mattino era piena di vita, del profumo del fieno, dei pini, piena di voci di uccelli al mattino, delle campane delle vacche e dei versi delle volpi la notte. In silenzio guardavamo come tutto avvampava e moriva accartocciandosi, esplodendo in braci che correvano al vento.

Stanotte, di quel silenzio di umani smarriti che eravamo noi, ho capito una cosa importante: ha messo radici dentro i nostri cuori da tempo. Un silenzio di vecchi abbattuti, di bambini impauriti, di giovani che scappano che non hanno più voce per ribellarsi. E’ il silenzio del cuore strizzato nella centrifuga della parlantina della politica che, con rispetto parlando, mi pare un po’ ignorantica, pomatosa, lapardera e magari strafottentica.

Caro Rosario, mi perdonerai se parlo fuori dalla lingua e con poca educazione fra i denti. Purtroppo, dinanzi a quello che non si fa in questa nostra isola, ogni giorno brucia una speranza e dal fondo del silenzio a volte scoppia la malaparola. Ma purtroppo, ci ho l’impressione che niente qui si penza per tempo e le probleme si impirugghiano nell’eterno. Come ai tempi di Carlomagno, ci si affida alla volontà del Signore e all’ispirazione dei santi. Per fortuna, il primo agosto qualche santo ti è venuto in sogno e ti ha ricordato di chiamare i pompieri per firmare con loro un accordo per gli incendi. Padre Sebastiano dice che il primo agosto dobbiamo ringraziare Santo Alfonso dei liquori. Penso che sarà stato un Santo molto allegro da conoscere, anche se non tanto tempestivo negli avvisi, forse perché di limoncello troppo ghiotto. Ma lo sapevi che Sant’Alfonso ha scritto la canzone “Tu scendi dalle stelle”?

Vedi caro Crocetta, quando in tanti ti abbiamo dato un voto, sembrava che partivi alle crociate peggio di Riccardo cuordileone. Ma nelle mani ci sono rimaste le parole. Anzi, le parole crociate impossibili, quelle senza schema e senza soluzione che non ci dormi la notte. E ho l’educata impressione che come tanti, ti hai sprofondato nel regno dei rimpasti, delle furbitudini, del tocco di taverna, che lascia i disgraziati a secco, della politica dell’oggi così domani pomì, dell’oggi l’acqua è pubblica domani chissà, domani se ne parla.

Sì, domani se ne parla.

Intanto, di questa lunga notte sotto il carrubo, ci resta il grande sconcerto. Mentre dalle finestre del castello dei normanni la tua corte sospira attendendo un miracolo. Che piova.

E sono Felice che ti saluta soddisfatto d’avere, alla fine, indovinato un congiuntivo. Quasi quasi ci faccio la foto e ce la mando al professore Lo Pinto, che ci avrà un colpo di sale. Ciao Rosario.

Felice Sghimbescio

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