Il viaggio, l’asino e la felicità di Francesco
Caro
Francesco, sono Felice che ti scrive qualche riflessione estiva di cristianità,
anche se sono sicuro che sarai più ferrato di me sull’argomento.
Caro Francesco, ti sembrerà strano, ma ieri ho lasciato la via Casalofio, imbarcandomi con una banda di ragazzini sul pulmino della parrocchia. La novità è che quest’anno, per una settimana, vado a fare le pulizie nella colonia che ha organizzato padre Sebastiano in montagna. E così anch’io farò una specie di ferie come si addice nei tempi estivi per ogni cristiano.
Caro Francesco, ti sembrerà strano, ma ieri ho lasciato la via Casalofio, imbarcandomi con una banda di ragazzini sul pulmino della parrocchia. La novità è che quest’anno, per una settimana, vado a fare le pulizie nella colonia che ha organizzato padre Sebastiano in montagna. E così anch’io farò una specie di ferie come si addice nei tempi estivi per ogni cristiano.
Abbiamo
visto nel viaggio tante cose interessanti per le vie che andavano fuori dalla
città che manco immaginavo, se non per averle viste alla televisione. Finalmente, quando i milioni di
macchine che si aggrovigliavano come serpi intorno alla città sono finite,
abbiamo visto il mare da una parte e le montagne dall’altra. Per fortuna ci
siamo fermati tre o quattro volte per mettere l’acqua nel radiatore, che il
pulmino di padre Sebastiano è un poco anziano e così abbiamo potuto fare delle
belle soste e vedere da vicino le mucche dietro il filo spinato, le vespe che
bevevano alla fontana e sentire sopra le nostre teste lo schiamazzo delle
cicale sugli alberi.
A proposito
del nostro pulmino, in fondo Gesucristo ci aveva uno scecco, non una carrozza,
ha detto padre Sebastiano, e io ho penzato che forse il segreto dell’asino,
come quello del pulmino catorcio di padre Sebastiano, deve essere in quelle sue
bizzarre, testarde fermate in mezzo alla via, che ti obbligano a guardare cosa
c’è intorno. Forse l’asino con quelle orecchie sente qualcosa che l’uomo ancora
non sente, o mai sentirà, e si ferma ad ascoltare.
Verso il
tramonto, sotto un ponte che pare hanno fatto gli antichi romani, il pulmino
s’è messo a fumare ancora. Siamo scesi per farlo raffreddare un poco e dargli
da bere. Sul fondo del fiume quasi secco c’era il bendiddio: cadaveri di
motorini, bidoni, sacchetti d’ogni colore avvolti alle canne e una tv
fracassata. I ragazzini si sono scatenati facendo a gara per pisciare dentro lo
schermo sfondato. Padre Sebastiano si è un poco incavolato, non so se per
l’affronto fatto alla povera tv o per qualche particolare peccato d’orgoglio
per la gara di piscio, e ha preteso che i ragazzini dicessero un’avemaria.
Certo fu l’avemaria più comica che abbia mai visto, che i ragazzini non la
smettevano di ridere con le patte aperte e padre Sebastiano di imprecare
mordendosi le labbra. Purnondimeno, se mi è conceduto, a me che di cose di
chiesa non ne capisco niente, è stata anche una cosa abbastanza cristiana.
C’era il sole che tramontava sorridendo su quella montagna di rifiuti di cui
stiamo riempiendo il mondo, le facce dei bambini che non hanno altro penziero
che la loro libertà, che quella dei bambini di via Casalofio è una libertà
arraggiata, la preghiera alla madre che rappresenta la nostra maltrattata terra
e il prete che sa di non sapere come questa vita va presa, uomini e bestie
comprese. Ma la cosa più bella fu quando alle parole “prega per noi adesso e
nell’ora della nostra morte...”, Rubino Francesco, il ragazzino sordomuto che
non aveva capito nulla, arrampicato su un salice pisciò finalmente dritto nel
tubo catodico. Così, all’amen, la combriccola di disgraziati, con la prontezza
sconosciuta alla gente perbene, applaudì Rubino Francesco, che forse mai in
vita sua fu visto così raggiante e felice. E furono fischi e urla, che pure
padre Sebastiano rideva facendosi il segno.
Così, caro
Francesco papa, ho penzato che forse non è mai un male rimanere sordi alle
istruzioni per l’uso. Che poi le istruzioni le scrivono di solito gli uomini un poco pignoli e infelici, mentre la felicità deve essere una specie di grazia che nasce dalla fratellanza di chi percorre il mondo su un pulmino scasciato. Tu che ne penzi?
E sono
Felice che ti saluta, nella speranza che magari per il suo compleanno ti
ricordi di mandarci un pulmino nuovo a padre Sebastiano, anche se devo
ammettere che questo catorcio è uno scialo, quasi come lo scecco di Gesucristo.
Ciao Francesco.
Felice Sghimbescio
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